Attualità

Sara: un nome che grida giustizia!

Storie che non vorremmo mai vivere...

Messina si è svegliata, oggi, con il cuore spezzato.

Un’altra giovane vita annientata dalla violenza, un altro nome che si aggiunge alla lunga lista di chi non ha avuto scelta. Il 31 marzo 2025, Sara Campanella, 22 anni, studentessa universitaria con il sogno di lavorare in ambito biomedico, è stata uccisa a Messina, in pieno giorno, alla fermata dell’autobus. Due coltellate. É bastato tanto. Un gesto vile, codardo, che ha spento per sempre il sorriso di una ragazza che aveva ancora tutta la vita davanti.

Sara era brillante, determinata, piena di sogni, ma qualcuno ha deciso che quel futuro non le apparteneva più. Le forze dell’ordine hanno fermato Stefano Argentino, 27 anni, studente universitario come lei. Le indagini sono ancora in corso e non è stato chiarito con certezza il movente del delitto.

Un fatto resta incontrovertibile: Sara è morta per mano di un uomo che non aveva alcun diritto di toglierle la vita.

Ora restano il dolore, la rabbia, le domande senza risposta. Perché Sara? Perché ancora? Perché sempre così? La sua famiglia è distrutta. I suoi amici non riescono a credere che non ci sia più. L’Università ha sospeso le lezioni in segno di lutto, perché Sara era parte di quella comunità, perché la sua morte non può passare inosservata.

A cosa serve, però, il lutto se non cambia mai nulla? A cosa servono le lacrime se domani un’altra ragazza sarà in pericolo per aver detto “no”? Sara meritava di vivere. E invece, è stata costretta a diventare l’ennesimo simbolo di una lotta che sembra non finire mai. Viviamo in una realtà intrisa di una mentalità “malata”, radicata in una società che ancora non ha imparato che un “no” non è una provocazione, non è una sfida, non è un’offesa.

Questa volta, però, non può essere solo un’altra storia da dimenticare. Questa volta, il nome di Sara deve rimanere impresso nelle coscienze di tutti. Deve diventare un monito, un’urgenza, una battaglia che non possiamo più rimandare. Perché non vogliamo più piangere. Vogliamo giustizia. Vogliamo che il nome di Sara non sia solo un ricordo, ma il punto di svolta che non c’è mai stato. E non ci fermeremo finché non sarà così.

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